teatroterapia

INFO

Annalisa Morsella

teatroterapeuta, formatrice e attrice

 

annalisa.morsella@fedteatroterapia.it T. 3295858241


Annalisa Morsella svolge percorsi di teatroterapia. Fra le collaborazioni più recenti: Cooperativa Sociale Fai, Ufficio Adozioni del Comune di Trento, Cooperativa Sociale Kaleidoscopio. Svolge inoltre percorsi di teatroterapia nelle scuole, con obiettivi espressivi e motivazionali, e corsi di formazione e aggiornamento per insegnanti sulla Comunicazione Consapevole.

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TEATROTERAPIA: COSA SIGNIFICA

Definiamo ‘teatroterapia’ quell’approccio evolutivo, facente parte del mondo delle artiterapie, che tende a integrare le pratiche artistico-teatrali con i diversi orientamenti arteterapeutici. Tale approccio considera l’uomo nella sua globalità e studia il processo artistico del cambiamento scenico quale agente di trasformazione all’interno della struttura di personalità dell’individuo. La terapia a mediazione teatrale, che può essere di gruppo e\o individuale, contribuisce a portare un miglioramento nella qualità della vita della persona attraverso l’azione e l’analisi del linguaggio artistico multidisciplinare (pittorico, musicale, scultoreo, teatrale), rispettando i tempi dei processi creativi all’interno del setting giocoso dell’espressività artistica. (Il Gioco Serio del Teatro, Norme Deontologiche dei Teatroterapeuti Italiani, p.334)

 

TEATRO PER COMUNICARE

Il teatro può mostrarci come ogni momento di cambiamento sia una possibilità che possiamo sfruttare o meno per conoscere meglio noi stessi, e per scoprire nuovi modi di interagire con gli altri.

Un'occasione di crescita personale e un'occasione di socializzazione.

Nella teatroterapia il momento del cambiamento è la partenza ma anche l'arrivo. Il cambiamento è la fonte delle idee, e le idee sono fonte di cambiamento. E' una sospensione spazio-temporale che dà ai partecipanti una preziosa opportunità per sperimentare la libera espressione di sé attraverso il corpo, la voce, la relazione con l'altro e con il gruppo, attraverso la ricerca di altri linguaggi, di forme individuali e collettive che rispecchiandosi e contaminandosi a vicenda danno vita a creazioni originali e vive, lavorando indirettamente sulla consapevolezza del proprio corpo-voce, e quindi della propria identità.

In questo senso, il teatro può essere uno strumento: Teatro per comunicare. 

Praticamente, sia pure con diverse scale di valori, i membri della società umana – a tutti i livelli – si confermano reciprocamente le loro qualità e capacità personali; e una società si può dire che è umana nella misura in cui i suoi membri si confermano tra di loro. (*“Pragmatica della comunicazione umana”  di Paul Watzlawick)

Riuscire ad essere attenti attori ed osservatori dei processi comunicativi e relazionali è una capacità necessaria se si vuole vivere un processo di crescita e di consapevolezza, individuale e relazionale, alla base della quale ci dev’essere innanzitutto la legittimazione ad esistere come individui, e dunque ad esprimersi, muoversi, relazionarsi. 

Non si tratta di un aspetto banale in una società in cui la comunicazione si fa sempre più frammentata e, appunto, schizofrenica. E in cui moltissime volte ciò che ci viene detto verbalmente, non corrisponde al reale contenuto di ciò che ci viene comunicato.

Guidare un gruppo significa anche esercitare e sviluppare la capacità di comunicare in modo sano, capacità necessaria per conquistare il benessere.

Il Teatro come strumento educativo facilita l’espressione simbolica attraverso la quale l’individuo (sia da solo che in gruppo) entra in contatto con se stesso, per mezzo di attività creative strutturate che coinvolgono la comunicazione verbale e fisica.”  (British Association for Dramatherapists, 1979).

 

TEATRO COME TERAPIA:

Vivere creativamente non significa dover produrre creativamente,  

ma significa essere vivo, sentirsi in grado di lasciare sempre 

che qualcosa di nuovo entri e suggerisca nuovi modi di definirsi  (W. Orioli)

La teatroterapia è quindi uno strumento formidabile di crescita personale. E la crescita personale passa attraverso la crescita di gruppo. 

Il gruppo in teatroterapia è particolarmente importante: è come una micro-società con cui fare i conti ogni giorno, con cui relazionarsi, confrontarsi, imparare a convivere, pur mantenendo salda la propria individualità. Nella teatroterapia il conduttore fa in modo che si crei un clima nel gruppo che favorisca la libera espressione dell’individuo, che viene educato, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche, “all’incontro autentico con l’altro e con le proprie origini profonde”.

Il teatro può essere visto dunque come un habitat extraquotidiano che, anche se ‘privilegiato’ rispetto alla realtà quotidiana, permette all’individuo di misurarsi con sé stesso e con gli altri. E ciò che nell’ambiente teatrale viene allo scoperto, ha poi una risonanza inevitabilmente anche nell’ambiente quotidiano. 

Gli strumenti base di cui dispone la teatroterapia attingono a diverse discipline, dal teatro al rito, da tecniche orientali a basi di espressione corporea, dal canto alla meditazione. 

 

IL GIOCO E LA SOCIALIZZAZIONE 

La costante di questo tipo di percorso, in tutte le sue fasi, è il gioco. Se le attività vengono, specie inizialmente, proposte in forma ‘ludica’, anche l’individuo più recalcitrante vi parteciperà con meno sforzi, e attraverso il gioco di gruppo potrà ritrovare o scoprire il suo lato creativo, e spirituale, che nella realtà quotidiana molto spesso non trova spazio, perché la ‘zona’ del gioco dell’individuo adulto è spesso repressa o stigmatizzata, per cause sociali, familiari e quant’altro.

Attraverso il gioco, l’individuo ha la possibilità di ricostruire un rapporto sano ed equilibrato fra il proprio sé e la realtà oggettuale esterna, sperimentando nella zona del gioco un’area intermedia in cui è ancora possibile sperimentare quello stato indefinibile di presenza: la capacità di ‘far finta’, di agire ‘come se’, nell’illusione provvisoria che ciò che è ‘esterno’ abbia una valenza ‘interna’, soggettiva, quasi ‘magica’, proprio come sanno fare la maggior parte dei bambini ‘sani’ quando giocano. 

Questo processo fa in modo che il teatro come ‘gioco’ divenga una possibilità incredibile per recuperare quell’aspetto fondamentale della vita mentale dell’adulto che è la zona della creatività.

Fare teatro diviene dunque una sorta di zona di passaggio tra sé “sogno” e la realtà, o quella che chiamiamo tale (Walter Orioli, “Teatro come Terapia”).

Così come nel gioco il bambino trova la sua prima espressione creativa, spontanea, senza regole, e attraverso il gioco inizia a conoscere sé e il mondo in cui vive, così anche per l’adolescente e per l'adulto il gioco può concorrere a ritrovare un equilibrio fra il proprio Io fortemente costruito e il proprio Sé atrofizzato e represso, che nel gioco può trovare un nuovo respiro, un ambito in cui esprimere liberamente le pulsioni, i lati nascosti, la spontaneità perduta. 

Spostando in qualche modo il “contenitore” relazionale, e portando i partecipanti in una situazione “extra-quotidiana”, i partecipanti tutti, possono mettersi in gioco in modo completo e gratificante, sviluppando notevolmente creatività, autostima e capacità di comunicazione e socializzazione. E questi risultati hanno poi un riscontro evidente negli spazi e nella vita appartenenti al “quotidiano”. 

“Vi sono persone che possono condurre una vita soddisfacente e fare del lavoro che può anche essere di eccezionale valore, ed essere tuttavia schizoidi o schizofreniche. Possono essere malate in senso psichiatrico, per via di un precario senso di realtà. Per equilibrare questo si dovrebbe asserire che vi sono altri che sono così fermamente ancorati alla realtà percepita oggettivamente da essere malati nella direzione opposta, di non essere in contatto con il mondo soggettivo e con l’approccio creativo alla realtà. [..] Le persone schizoidi non sono più soddisfatte di se stesse di quanto lo siano le persone estrovertite che non sono in grado di prendere contatto con il sogno. [..] Tali persone hanno la sensazione che qualcosa non funzioni, e che vi sia una dissociazione nella loro personalità, e vorrebbero essere aiutate a raggiungere uno stato di unità." (Winnicott, “Gioco e Realtà”) 

 

IL LINGUAGGIO DEL CORPO NELLA RELAZIONE

Lo scopo del teatro non è quello di copiare la vita ma quello di trasformarla

Il lavoro ha come obiettivo principale quello di far emergere, raccogliere e utilizzare materiale proveniente dai partecipanti stessi: le loro storie, le loro visioni del mondo, i loro gesti e i loro suoni, il loro modo di relazionarsi: tutto viene accolto, osservato, elabprato. Questo tipo di approccio, che vede come punto di partenza il mondo interiore del partecipante, può avvalersi di testi teatrali, poesie, musiche, immagini, ecc., come stimolo, collante e sostegno tra tutto il materiale raccolto. 

In una società in cui la forma determina il contenuto, il laboratorio teatrale promuove la ricerca di un gesto (corpo-voce) organico e vero, che corrisponda a forma e contenuto contemporaneamente. Azione pura, non 'verosimile' (che imita la realtà) ma vera, che risponda ad un impulso sincero e concreto. 

Lavorare innanzitutto sul gesto spontaneo, significa dare agli individui la possibilità di venire immediatamente a contatto con i loro clichè, le loro chiusure e le loro aperture, i loro tabù e le loro difficoltà relazionali, così come, contemporaneamente, può far scoprire loro una modalità di muoversi e relazionarsi con gli altri del tutto nuova.

Un individuo che abbia delle difficoltà ad esprimersi con le parole, a relazionarsi e socializzare dunque nel modo più ‘quotidiano’, può, all’interno del laboratorio teatrale, scoprire una maggior facilità comunicativa e relazionale utilizzando il linguaggio del corpo. 

Il mestiere del teatro consiste nel cambiare se stessi e così avere la possibilità di cambiare la società. (E. Barba)

 

TARGET E CONDIZIONI DI LAVORO

I percorsi di teatroterapia vengono strutturati in modo specifico in base al tipo di utenza: età, presenza o meno di disagio, disturbi comportamentali, handicap psico-fisico, esigenze specifiche legate al benessere della persona. 

La prima fase di lavoro è la progettazione, in cui si definiscono i criteri base di lavoro: che tipo di spazio utilizzare, numero minimo e massimo di partecipanti, composizione del gruppo, numero e durata degli incontri, preparazione degli strumenti, materiali e non, idonei al tipo di lavoro specifico.

In seguito, nei primi incontri, viene attuata una raccolta del bisogno, per capire meglio come si compone il gruppo e quale può essere la strada più giusta da percorrere.

Nella fase conclusiva si arriva solitamente ad una 'transizione' finale, ovvero una rappresentazione del lavoro svolto, del percorso, e dei cambiamenti attuati, di fronte ad un pubblico aperto o chiuso, o anche, in alcuni casi, senza pubblico.