La violenza di genere più
nascosta e meno
visibile a tutti.
Una violenza fra le mura di
casa.
Una violenza subita da una donna
su cinque in
Italia.
Dieci centimetri di muro
separano noi da un altro
appartamento.
Uno spettacolo che vorremmo
rappresentare in casa
vostra, nella vostra cucina, sul vostro tavolo.
Per aprire gli occhi.
Una drammaturgia senza belle
parole, tanto
agghiacciante quanto quotidiana.
Non vogliamo stupire, vogliamo
raccontare.
Un uomo e una donna, marito e
moglie, vivono in
una appartamento uguale a tanti altri.
Un appartamento che potrebbe
essere il nostro.
Preciso. Perfetto.
Nulla traspare, tutto è
offuscato.
Eppure si sentono urla, colpi
strani, fughe
notturne.
Possiamo decidere di vedere, di
capire e non fare
nulla.
Possiamo decidere di vedere, di
capire e aprire
la nostra porta.
“Questa storia non è
rassicurante. Non lo vuole
essere.
È un grido di aiuto.
Spero che qualcuno lo senta.”
Ultimo aggiornamento ( lunedì 29 marzo 2010 )
La Morte e la Fanciulla
La trama
A quindici anni dalla caduta del regime dittatoriale di
Pinochet, Paulina Salas cerca di liberarsi del ricordo pressante delle torture
subite durante l'oppressione. Suo marito, Gerando Escobar viene nominato capo
della commissione che si occuperà di indagare i crimini del regime di Pinochet.
Una notte, rientrando a casa, buca la ruota e trova aiuto in
Roberto Miranda, un dottore che si presta di accompagnarlo a casa. E' l'inizio
di un nuovo incubo. Paulina riconosce in Roberto il medico che l'aveva sottoposta
ad atroci torture fisiche e psicologiche, il medico che ascoltava Schubert e
conosceva Nietzsche.Le parti, carnefice-vittima, si invertono. Paulina
imprigiona Roberto e chiede al marito di processarlo. Vuole una confessione
precisa di tutti i suoi misfatti. Roberto nega e Gerardo si trova a combattere
tra la giustizia personale e il bene pubblico di cui è rappresentante. Il tema
indagato da Dorfman non si ferma semplicemente alla denuncia di un regime di oppressione
e violazione dei diritti umani più basilari, ma si interroga su cosa voglia
dire rinascita, ricostruzione, si domanda quale debba essere la strada corretta
da perseguire perché un paese ferito duramente possa tornare a vivere nel tempo
della civiltà e del rispetto.
Dorfman pone quesiti, spinge il pubblico a una riflessione
ben più profonda del “non dimenticare”, cerca quali siano i sacrifici del
“dopo” necessari per riportare i confini tra il lecito e l'illecito nella
dimensione di una legislazione che non si ponga più al di sopra della vita e
della morte.
L'autore
Ariel Dorfman (Buenos Aires, 1942) è uno scrittore cileno,
rifugiato in Canada durante la dittatura di Pinochet. Autore di numerose opere
di narrativa, teatro, poesia e saggistica, oltre che di film, insegna alla Duke
University, North Carolina. Ha ottenuto molti riconoscimenti internazionali,
tra i quali il Premio Olivier per la miglior opera teatrale con La morte e la fanciulla,
e il premio Writers' Guild per la miglior sceneggiatura con Prisoners in time.
I suoi libri più recenti sono The Nanny and the iceberg, un romanzo, e la
biografia Heading south, looking north. Durante la dittatura di Pinochet, ha
trascorso dieci anni in esilio. È Membro dell'Académie Universelle des
Cultures.
Il testo teatrale “La morte e la fanciulla” è la sua opera
più importante, rappresentata in tutto il mondo. Roman Polanski ne ha fatto nel
1995 un film con Sigourney Weaver, Ben Kingsley e Stuart Wilson.
La regia
E’ il 2020. Gerardo e Maria vivono in una casa
tecnologicamente avanzata, così come possiamo immaginarci avvenga in un futuro
non lontano: telecamere, schermi che controllano ogni angolo della casa. Ma
Maria ha bisogno di qualcosa di più: una panic-room, una stanza nera, dove
rifugiarsi quando gli orrori del passato tornano a sconvolgere la sua
esistenza. Se nel testo originale di Dorfman l’azione si svolgeva nel Cile
post-Pinochet, nel riadattamento OzEmitFlesti è il futuro dell'Italia che viene
messo in discussione. La rilettura de La morte e la fanciulla in chiave
“previdente” e non “in memoria di” consegna al testo di Dorfman un compito più
elevato: non solo “non dimenticare” ma soprattutto un'attenta riflessione su
quanto ciò che è stato possa ritornare, nel momento in cui la coscienza della
nazione si assopisce. Se Roberto Randami, nel testo originale, rappresentava lo
spettro della dittatura di Pinochet, il nuovo Roberto non ha un profilo
definito nell'Italia del 2020, ma riflette le paure, le incertezze, gli agguati
possibili nell'Italia di oggi, che designeranno il nostro futuro. Gerardo, il
personaggio della “rinascita”, dello “sguardo oltre”, si dibatte in un
difficile equilibrio tra giustizia pubblica e vendetta privata, arrivando,
nella ricerca di una verità di intenti, ad immedesimarsi nella vittima (sua
moglie Maria) e nel carnefice (Roberto Randami). La regia, nell’invertire e
confondere i ruoli vittima-carnefice, pone l’accento sull’esistenza di entrambe
le nature in ciascun animo umano: sono le condizioni sociali, l’indole
personale, le costrizioni fisiche e psicologiche a rendere in ciascuno di noi prevalente l’una o l’altra faccia di una stessa medaglia.
Corriere del Trentino – Corriere della Sera, 26
aprile 2009
“La morte e la fanciulla”
Scena e regia creano il pathos
La scena è bianca e asettica: materiali freddi
come tavoli da anatomopatologi o come cuori troppo raggelati ospitano le
esistenze barricate di Maria e Gerardo. La comunicazione è interrotta, nella
trasposizione futuribile di uno scenario democratico post-dittatura dominato
dalla distanza e dall’alienazione, ben rappresentato dal gigantesco schermo che
domina l’abitazione e alimenta il distacco umano, imponendo un filtro
impermeabile all’incontro. Così si presenta la scena della trasposizione
teatrale del testo di Ariel Dorfman “La morte e la fanciulla” che il regista
Rocco Sestito ha voluto per la nuova coproduzione Oz-Emit Flesti che ha
debuttato giovedì scorso al teatro Cuminetti quale ultimo appuntamento della
stagione Trento Oltre [...].
È una messa in scena “La morte e la fanciulla”
che, nel gelo visivo da obitorio e da ineffabilità ben espresso dalla scena e
dalle altre acute scelte registiche, forse richiederebbe un crescendo da parte
degli attori per quanto riguarda l’implosione e l’esplosione di interiorità
così lacerate, che non è stato manifestato appieno in questa prima. Il
carnefice invece, il dottor Roberto Randami interpretato credibilmente da un
Bruno Vanzo che sa trasmettere tutta l’ambiguità del personaggio, non si vede
mai fisicamente in scena: compare solo in quel gigante video che rappresenta la
stanza accanto, a sottolineare maggiormente l’impossibilità di stare, di nuovo,
dopo quanto è stato, fisicamente nella stessa stanza, nello stesso posto nel
mondo.
Claudia Gelmi
L'Adige, 26 aprile 2009
“La morte e la fanciulla”,uno spettacolo intenso
Si alza potente e tragica la musica di Schubert.
Invade il palcoscenico, incorniciato da leggeri teli bianchi. Bianchi come la
memoria che poco per volta si carica di ricordi e si rivela nella nudità di una
scena che, per rivivere il passato, ha bisogno di poche cose, un tavolo, delle
sedie. Ma soprattutto uno schermo, dal quale usciranno atroci verità. Questa la
cornice del nuovo lavoro, “La morte e la fanciulla”, di Ariel Dorfman, che le
compagnie Oz ed Emit Flesti hanno presentato in prima al teatro Cuminetti. Un
appuntamento atteso dopo i successi ottenuti con “Scene da un matrimonio” e che
ha confermato la qualità di un gruppo in grado di lavorare in significativa
sincronia sia sugli aspetti interpretativi che tecnici. L'allestimento ha
infatti messo in evidenza l'accurato studio dei particolari, il giusto e non
facile collegamento tra momenti teatrali e cinematografici, con l'intenso
apporto di linguaggi sia musicali che cromatici. Indicazioni di
professionalità, dunque, e non è poco, per un testo affascinante, aperto a varie
letture, che il regista Rocco Sestito ha voluto mettere in scena utilizzando
più strumenti e armonizzandoli fra loro grazie anche a intuizioni artistiche
che a teatro fanno la differenza [...].
Bella regia, dunque, avvalorata anche dalla
presenza di attori come Alessio Dalla Costa e Maura Pettorruso con i quali
Sestito aveva già lavorato con successo. Maura Pettorruso si è calata in un
ruolo adatto a lei per forza e intensità [...]. Giustamente più trattenuto e
più pacato Alessio Dalla Costa che ha disegnato con l'ormai riconosciuta
naturalezza la figura di Gerardo Escobar[...]. Calorosi gli applausi dal
numeroso pubblico per un lavoro il cui percorso non potrà che offrire ulteriori
prove di qualità.